Sul voto l’avviso di von der Leyen: “Se va male, abbiamo gli strumenti”

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“Se le cose vanno in una direzione difficile – ho già parlato di Ungheria e Polonia – abbiamo gli strumenti…”. In maniera così esplicita la Commissione europea non aveva mai parlato in questi giorni. Il messaggio lanciato dalla presidente dell'”esecutivo europeo”, Ursula von der Leyen, è qualcosa di più di un messaggio. È un vero e proprio avvertimento. Al centrodestra, a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni.

È bastata una domanda, anzi l’ultima domanda, dopo il suo intervento all’università di Princeton, a pochi chilometri da New York, per rendere manifesta e pubblica la preoccupazione che serpeggia tra i palazzi dell’Unione europea in vista delle elezioni di domenica prossima in Italia. La paura che vinca il centrodestra e che un partito “post fascista” ottenga più voti di tutti. Il quesito posto è stato chiaro.Un giudizio sul voto italiano e sulla circostanza che alcuni dei concorrenti abbiano intrattenuto relazioni con la Russia. Le prime parole fanno capire lo stato d’animo con cui Bruxelles assiste alla campagna elettorale e all’addio diMario Draghi. “La democrazia è un costante lavoro in corso – ammonisce -, non è mai al sicuro. Non puoi metterla in una scatola e basta”. Poi prosegue, facendo riferimento anche al recente voto svedese, dove appunto hanno prevalso i sovranisti di estrema destra. “Vedremo l’esito – prosegue riferendosi ancora all’Italia -. Abbiamo avuto elezioni anche in Svezia. Il mio approccio è che qualunque governo democratico sia disposto a lavorare con noi, noi lavoriamo insieme”. E sembra quasi sottolineare l’aggettivo “democratico”. Poi la presidente della Commissione cerca di illustrare la peculiarità dell’Unione europea. In cui non basta dire “voglio, voglio, voglio” perché le scelte vanno concordate e dipendono da altri 26 Stati. E allora, prosegue, “vedremo. Se le cose vanno in una direzione difficile – ho già parlato di Ungheria e Polonia – abbiamo gli strumenti. Se invece vanno nella direzione giusta, allora i governi responsabili possono sempre giocare un ruolo importante”.

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Solo il fatto che von Der Leyen abbia associato il nostro Paese a due nazioni che si stanno distinguendo per la linea sovranista, fa capire quanto il passaggio elettorale sia considerato delicatissimo nell’Ue. Per di più si tratta di un confronto che mette in discussione i contributi che l’Ue riserva all’Italia. Proprio ieri la stessa presidente della Commissione ha avvisato Varsavia che senza la riforma della Giustizia non otterrà i soldi del Pnrr. E solo domenica scorsa la Commissione ha proposto al Consiglio europeo di bloccare una parte dei fondi di coesione destinati all’Ungheria. Il governo di Orbàn è pure l’unico che non ha ancora ricevuto il via libera per il suo Piano nazionale di ripresa e resilienza.

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Sembra quasi un modo per dire implicitamente che se l’Italia non rispetterà lo Stato di diritto e se non manterrà la linea sul contenimento del debito e del deficit, allora addio agli stanziamenti che ci spettano. Bisogna considerare che i fondi coesione per il nostro Paese ammontano ad una cifra molto sostanziosa: oltre 70 miliardi di euro. Per non parlare del Recovery. Il governoDraghi ha ricevuto già due tranche per oltre 40 miliardi. Ma fino al 2026 sarà necessario dimostrare ogni sei mesi che la tabella di marcia delle riforme è stata rispettata. Altrimenti gli altri 150 miliardi verranno persi.Il dibattito poco realistico che si è aperto durante la campagna elettorale sulla possibilità di modificare il Piano sulla scia delle nuove difficoltà scaturite dalla guerra in Ucraina, hanno provocato non poche perplessità.Resta il fatto che l’eventuale vittoria del centrodestra sta riacutizzando il ruolo di “Osservato speciale” per l’Italia. L’aver allontanato Draghi per molte Cancellerie e per i vertici dell’Unione è risultato incomprensibile, ma la vittoria di una coalizione che somma filoputiniani, antieuropeisti e sostenitori della spesa facile, può essere accolta come una tragedia.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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