Regeni, le carte francesi: “Ucciso per una rivalità tra servizi egiziani”

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ROMA – «L’affaire Regeni è stato un abuso, interpretato da alcuni come il risultato di una rivalità tra il Mid, il dipartimento di Intelligence militare e la National security». C’è un cablo dell’ambasciata francese datato 30 ottobre del 2017 che mette nero su bianco quello che tutti immaginavano ma che, fino a questo momento, nessuno era stato in grado di provare: e cioè che sin dal principio le diplomazie dei grandi paesi europei non avevano alcun dubbio sul fatto che il ricercatore italiano Giulio Regeni fosse stato sequestrato, torturato e ucciso da uomini del governo di Al Sisi. E che i silenzi, e i tentativi di portare le indagini altrove perpetrati dal governo egiziano altro non erano che tentativi maldestri di depistare. Ciò nonostante tutti i Paesi, a partire dalla Francia, hanno continuato ad avere rapporti politici e d’affari con l’Egitto di Sisi. Come se Giulio Regeni non fosse mai esistito.

Questa rivelazione è una delle tante contenute negli Egypt Papers, i documenti riservati che in queste ore sta pubblicando il sito investigativo francese Disclose, che ha lanciato un’inchiesta sui rapporti segreti tra Parigi e il regime di Al Sisi. A partire dalla vendita da parte di tre aziende francesi di alcuni software che hanno permesso di intercettare miliardi di comunicazioni telefoniche e internet, localizzando le posizioni degli utenti: un sistema di sorveglianza di massa che il Cairo avrebbe sfruttato per arrestare migliaia di oppositori politici e dissidenti. Il software è stato utilizzato proprio nel momento in cui Giulio Regeni era al Cairo. E che – come hanno accertato incontrovertibilmente le indagini della procura di Roma – fosse spiato illegittimamente dalla National security, il servizio segreto civile egiziano. Prima di essere rapito il 25 gennaio del 2016. E poi ucciso, dopo dieci giorni di torture subite, secondo quanto sostengono i pm italiani, nelle celle di sicurezza che si trovavano all’interno del ministero degli Interni.

Dai cablo diplomatici emersi dall’inchesta di Disclose – e che Repubblica è in grado di rivelare – emergono ora due circostanze: che la Francia dava per certa da subito nell’affaire Regeni la responsabilità diretta della sicurezza nazionale che «gioca un ruolo nella politica repressiva del regime». «Un servizio di intelligence estremamente opaco – veniva definito – che beneficia di una rete di informatori estremamente densa e che utilizza queste informazione come strumento di pressione». Esattamente quello che è accaduto con Giulio che fu “tradito” da un ambulante che aveva contattato per la sua ricerca universitaria che lo vendette agli apparati di sicurezza egiziani, per quello che invece non era: una spia. Ma c’è di più. Negli stessi cablo emerge come il presidente francese Emmanuel Macron abbia parlato sì con l’Egitto in un alcuni casi di diritti umani, sollevando per esempio (senza fortuna) il caso di 15 dissidenti. Ma nel documento non si fa mai cenno all’omicidio Regeni nonostante nel marzo del 2016 il Parlamento europeo avesse approvato una risoluzione durissima sulla vicenda.

D’altronde che la Francia giocasse una partita propria è chiaro anche da altri elementi: secondo i cablo Macron propone ad Al Sisi un lavoro operativo e di intelligence comune con Haftar, mentre l’Italia era con il governo di Tripoli, unico riconosciuto dall’Onu

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